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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS
Consiglio Regionale della Lombardia


"Giornale di Brescia" del 1 Febbraio 2008

Ciechi, il lavoro tra le barriere

BRESCIA - «Dobbiamo aiutare gli altri. A conoscerci e ad aiutarci. Ma senza ostentare la nostra disabilità». Sono quasi sorprendenti le parole del presidente dell'Unione italiana ciechi e ipovedenti di Brescia, Claudio Romano. Gli si chiede che cosa significhi essere ciechi, e lui, parlando di problemi e risorse, arriva qui: alla constatazione che anche «gli altri» hanno bisogno di aiuto.
Quanto a «loro», ai ciechi, si parte da una buona notizia: quelli «totali» sono in diminuzione grazie alla prevenzione e alla chirurgia; di contro aumentano gli ipovedenti, anche perché la vita media diventa sempre più lunga e con la vecchiaia, si sa, la vista diminuisce. Sono poi in crescita i bambini con minorazione aggiuntiva; si tratta spesso dei nati prematuri, per fortuna sopravvissuti ma non sempre senza difficoltà (cui tra l'altro cerca di far fronte l'Associazione Nati per vivere, ospitata nella sede dell'Unione).
Scuola e lavoro sono i maggiori problemi che i ciechi si trovano ad affrontare, testimonia Romano. Per quanto riguarda la prima, a Brescia funziona dal 1972 - per iniziativa della sezione locale dell'Uci - il Centro per l'integrazione scolastica dei non vedenti, oggi finanziato per il 75% dalla Provincia e per il 25% dal Comune e amministrato da rappresentanti degli stessi enti, che attualmente ha in carico 164 tra bambini e ragazzi dalla Scuola dell'infanzia all'Università. Il Centro mette a disposizione operatori e materiale didattico in collaborazione con l'Unione ciechi. «Rispetto ad altre realtà italiane - sostiene ancora il presidente - questa struttura risponde efficacemente a quella che è un'esigenza imprescindibile perché un buon avvio scolastico dà al bambino gli strumenti per inserirsi nella società e affrontare la vita». Di sicuro, molto dipende dai rapporti che si riescono a instaurare: «Quando un bambino trova un amico, è una gran fortuna». E, come per ogni essere umano, fondamentali sono le caratteristiche individuali.
Per quanto riguarda il lavoro, la situazione è in trasformazione. Da alcuni anni, infatti, le occupazioni tradizionalmente riservate ai ciechi, come peraltro prevede la legge in presenza di determinati requisiti - prima tra tutte quella di centralinista, che nel Bresciano occupa un centinaio di persone - stanno perdendo la capacità di assorbire la domanda a causa delle nuove tecnologie ma anche di un felice innalzamento dei livelli d'istruzione dei non vedenti, che quindi hanno aspettative diverse.
D'altra parte esiste un decreto ministeriale del 2000 (il numero 357, firmato da Cesare Salvi) che fissa le norme per il diritto al lavoro dei disabili, e amplia le possibilità per i ciechi negli ambiti del telesoccorso, del telemarketing e delle relazioni con il pubblico. Peccato, fa notare Romano, che «le regioni non abbiano ancora disposto i piani formativi, com'era invece previsto». Così tutto è fermo. Intanto i ciechi bresciani lavorano, oltre che come centralinisti, come fisioterapisti (una decina), insegnanti (cinque), stenotipisti (due) e liberi professionisti...
La «grande speranza» è nell'informatica, che per altri aspetti ha già migliorato la vita di molti non vedenti: qualcuno tra i bresciani fa già il programmatore, altri hanno conseguito la patente europea del computer. Oggi anche i ciechi possono controllare tutto il pacchetto di Windows, utilizzando la posta elettronica e navigando in internet quasi senza confini. Il limite? Più o meno lo stesso che troppo spesso capita ancora d'incontrare per strada: le barriere di certi siti.

Francesca Sandrini



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