Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS APS
Consiglio Regionale Lombardo

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Il Corriere della Sera del 30-06-2018

«Non vedere più le donne, non vedere più la bellezza femminile. Questa è la cosa che mi ha fatto diventare realmente malinconico. E poi non vedere più le tele che ho amato, non i paesaggi, ma le tele, le pitture. Uno dei primi esercizi che ho fatto non vedendoci è ricostruirmi mentalmente la Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca e cercare di ricordare i colori dei tre personaggi a destra, dei vestiti che indossano. E poi mi piace andare subito a letto, perché nel sonno rivedo. Nel sonno vedo benissimo, ogni tanto mi sorge la domanda: “Ma non sei cieco? Non ha importanza, per ora stai vedendo”. Vedo con colori vivissimi, mi arrivano con una bellezza, una forza straordinarie». «Ho scoperto che tutti gli altri sensi corrono in soccorso di quel senso che ti viene a mancare. Tocco tutto, il tatto mi è diventato veramente sensibilissimo. Il corpo umano è miracoloso». In un’intervista a Fanpage.it (riportata nella rassegna stampa odierna del Corriere della Sera), lo scrittore 92enne Andrea Camilleri, “papà” del commissario Montalbano, parla in questi termini della propria cecità.

Non sempre chi non vede «sente» meglio.
«Pensiamo che sia così in generale, ma non lo è sempre» spiega Monica Gori, psicologa esperta in robotica per dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova che ha approfondito molto le problematiche relative al rapporto fra carenza di vista e percezioni acustiche. «Ci sono casi in cui le persone con disabilità visiva hanno capacità uditive più sviluppate, per esempio nella localizzazione di un suono nello spazio, ma ci sono anche casi in cui, per esempio, c’è una difficoltà maggiore a capire fra tre suoni se quello in mezzo è più vicino al primo o all’ultimo. E questa è una situazione comune, perché è proprio ciò che accade in contesti naturali. Inoltre è da precisare che una persona come Camilleri può aver certamente notato un’aumentata abilità di localizzare i suoni, ma bisogna considerare che in passato ha avuto un’esperienza visiva e quindi ha potuto sviluppare negli anni una capacità di capire lo spazio acustico e anche tattile, perché la visione contribuisce a costruire una percezione dello spazio. La situazione è però decisamente più problematica per chi non ha mai visto. Ci sono ricerche che dimostrano come possa verificarsi in diversi casi maggior problemi a capire quanto un suono è distante ma anche quanto è alto o basso, non in termini di frequenza ma di provenienza».
Rapporti complessi.
«Quindi, in conclusione, — prosegue l’esperta— non si può generalizzare: in alcune condizioni è vero che l’assenza di visione si accompagna allo sviluppo di maggiori facoltà vicarie, ma non in tutte. Del resto i meccanismi che presiedono al “governo” delle percezioni sono ancora in gran parte da spiegare. La porzione di corteccia cerebrale che risponde agli stimoli visivi, nelle persone con disabilità visiva si attiva spesso in relazione all’udito o al tatto, per esempio al tatto nella lettura braille. D’altra parte è stato riscontrato anche che quando ci sono problemi nella percezione uditiva la corteccia visiva del vedente, ma non quella del non vedente, si attiva. Questo dice che è tutto molto complesso e non è ancora chiaro come il nostro cervello sviluppi una capacità spaziale e quale sia il ruolo dell’esperienza visiva in questo sviluppo.
Aiutare con il suono i piccoli che non vedono.
Proprio perché non è sempre vero che i ciechi affinano altri sensi per compensare la mancanza della vista: spesso vanno aiutati. Questo vale soprattutto per i bambini. Proprio a questo scopo il laboratorio di Monica Gori all’Istituto di Tecnologia di Genova ha sviluppato «Abbi» (Audio Bracelet for Blind Interaction), uno strumento pensato per i piccoli non vedenti o ipovedenti, un braccialetto sonoro in grado di aiutarli a orientarsi nello spazio e interagire con le altre persone (si veda il video).
di Luigi Ripamonti

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A cura di Massimiliano Penna

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